Per la rimodulazione delle risorse delle ultime due rate del Recovery (41,2 miliardi), il governo ha chiesto a Bruxelles di poter usare le risorse che non verranno utilizzate entro i termini su altri obiettivi del Pnrr con scadenze oltre il 2026. In questa richiesta rientrano anche i bandi delle Comunità energetiche rinnovabili che scadranno il 30 novembre prossimo.
Per le Cer, Palazzo Chigi ha chiesto l’autorizzazione di riallocare 1 miliardo dei complessivi 1,6 di finanziamento. La scelta di Roma è “una doccia fredda” per Nicola Gherardi, imprenditore agricolo ferrarese (tra i primi ad investire nella diversificazione della propria attività con la produzione di energia) e presidente del primo progetto di comunità energetica italiana in ambito agricolo, ConfagriCer.
Presidente cosa ne pensa delle ultime novità relative alla modulazione del Pnrr?
Siamo consapevoli che le domande di partecipazione ai bandi per la costituzione delle Cer sono tutt’oggi poche rispetto alla disponibilità finanziaria della misura. Ma questo è anche dovuto alle diverse modifiche che hanno subito tra maggio e giugno scorsi. Modifiche positive – come l’estensione dei contributi a fondo perduto per la realizzazione degli impianti ai comuni fino a 50.000 abitanti -, ma che hanno richiesto un tempo di maturazione maggiore rispetto al previsto. Per questo motivo avevamo chiesto che, invece di prevedere lo spostamento di risorse, si posticipasse la scadenza di fine novembre. In questo senso, la scelta del governo rappresenta una doccia fredda.
La probabile riduzione delle risorse quanto mette a rischio lo sviluppo e la diffusione delle Comunità?
Di certo rischiamo di fare grandi passi in dietro. Depotenziare i finanziamenti a fondo perduto vuol dire allontanare l’interesse ad investire.
A che punto è il progetto ConfagriCer?
Non basta essere stati i primi, tra le sigle del settore agricolo, a sviluppare l’opportunità offerta anche dal Pnrr. Aspetto che ci è stato riconosciuto recentemente, con l’invito al convegno organizzato al Meeting di Rimini. Dobbiamo essere soprattutto capaci di mettere a terra i progetti che abbiamo in mente. Nelle ultime settimane si è riunito il consiglio di amministrazione di ConfagriCer per discutere le prime domande di adesione.
Ne sono arrivate una quindicina, tra cui quella di un’importante azienda del settore agroalimentare della provincia di Mantova. Una provincia che si conferma lungimirante e che dimostra ancora una volta di avere voglia di investire nell’innovazione del settore energetico: non solo nell’ambito delle fonti rinnovabili, pensiamo al biometano. L’attenzione di quel territorio è rivolta anche alle nuove formule di produzione e autoconsumo diffuso dell’energia. Il successo del recente incontro pubblico che abbiamo avuto a Mantova città, ne è la dimostrazione.
State guardando anche ad altri territori?
Certo. Questa prima esperienza sta facendo da apripista. L’aspirazione è di guardare a tutto il territorio nazionale. La struttura di ConfagriCer sta già incontrando i settori produttivi e le comunità di altre regioni grazie al ponte che creano le strutture territoriali di Confagricoltura. Abbiamo avuto incontri con le unioni provinciali e le federazioni della Puglia, della Sicilia, del Lazio, del Marche, dell’Emilia Romagna e al Nord Est, a Rovigo.
Come associazione di categoria, stiamo seguendo un percorso interno che coinvolge anche i soggetti pubblici: amministrazioni locali, comitati e associazioni. Non dimentichiamoci che una percentuale delle risorse destinate alle Cer deve arrivare alle realtà del terzo settore. Questo perché devono essere espressione di condivisione, non solo di energia ma anche di valori, sociali e ambientali.
Da una parte i produttori di energia, dall’altra chi la consuma.
Sì. Il ruolo dei cittadini è fondamentale. Personalmente, nella veste di imprenditore agricolo, mi è già chiaro da tempo, avendo aderito ad una Comunità energetica prima dei bandi finanziati dalla Comunità europea. Ma adesso, il sostegno del Pnrr rende la formula ancora più appetibile, anche per i singoli cittadini. E i feedback che stiamo registrando testimoniano che l’idea è convincente.
Se da una parte il mondo produttivo ha accesso ad un finanziamento a fondo perduto del 40% per i costi degli impianti di produzione di energia, dall’altro i cittadini si vedono riconosciuto sul proprio conto in banca un beneficio economico concreto pari al 30% del contributo che la comunità energetica riceve per ogni kilowatt-ora condiviso.
Quali saranno i passi successivi alla fase interlocutoria?
Abbiamo realizzato uno statuto e definito il regolamento interno della Cer. Siamo nella fase in cui i produttori e i consumatori stanno aderendo alla Comunità energetica. L’aspirazione è quella di produrre abbastanza energia da poter diventare interlocutori preferenziali anche dei grandi gruppi energetici.
Si tratta di una grande opportunità per il Sistema Paese di affiancare alla tradizionale produzione e vendita di energia, un sistema dal basso che vede, da una parte imprese e cittadini soggetti attivi e dall’altra una reta energetica nazionale più sicura, stabile e, quindi, meno soggetta a problemi di approvvigionamento.
L’articolo è presente su Mondo Agricolo di settembre, la rivista dell’agricoltura
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